Un chewingum per la memoria. 

Oggi ho imparato che…

Un giorno per caso ti svegli e realizzi che ci sono momenti indimenticabili della vita che quando li vivi non sembrano tali, ma che, quando cresci, diventano dei ricordi straordinariamente unici e perfetti. 

I miei primi ricordi d’infanzia sono quasi tutti legati alla mia proverbiale passione per le caramelle e i chewing gum. Passione forse ereditata col DNA paterno, visto che mio nonno (ottimo ottimo nella scrittura e nel canto) dopo la guerra aveva fatto il rappresentante di caramelle e che mio padre ci raccontava sempre di caramelle antiche che ho solo potuto immaginare.

Ricordo invece di quando mio fratello che andava all’asilo mi portava a casa le caramelle. Una volta aveva aperto l’armadio della maestra e ne aveva rubate due: una per me e una per lui.E mia madre, quando l’aveva scoperto, aveva dovuto sgridarlo ma immagino non ne avesse molta voglia visto il gesto pieno di tenerezza fraterna…

E poi ricordo che quando ero piccola e avevo voglia di qualcosa di buono, andavo dalla mamma e le chiedevo una ‘cicca‘ (a Milano si chiamano così) e lei dopo aver frugato in borsa (anche allora le borse erano pozzi senza fondo da cui usciva di tutto), tirava fuori un pacchettino di Brooklyn, la Gomma del Ponte, prendeva la cicca dalla forma tipica a lastrina, avvolta in un foglietto di stagnola, avvolto a sua volta nella cartina colorata, la piegava in due, la divideva a metà e ne dava un pezzo a me e un pezzo a mio fratello.
‘Così il pacchetto dura di più‘, diceva, anche se in realtà sapeva che non era vero. Infatti non passava un quarto d’ora che ne chiedevamo subito un altro pezzo perché era ‘finito il sapore’.

Chissà che anno era, forse il 1976, o il 1977… Le Brooklyn avevano già qualche anno e io le chiamavo semplicemente ‘cicche‘ o ‘ceuingum‘ (non mi sognavo certo di chiamarle ‘ciuingam‘ o ‘ciuinga‘). Ma è innegabile che 40 anni fa, se volevi una gomma da masticare, a Milano, e chiedevi un ceuingum ti davano subito una Brooklyn. Quasi mai ‘quelle dell’oratorio’.

La Brooklyn per me, comunque, era un mistero: la mettevo in bocca e cercavo in tutti i modi di fare il palloncino, aiutandomi con la lingua come si vedeva nei film americani, ma sempre inutilmente. La cicca che mi dava la mamma non faceva il palloncino. E non riuscivo a capire perché le cicche buone non facessero il palloncino, mentre quelle dell’oratorio si. Perché le Brooklyn erano quelle buone, mentre quelle dell’oratorio duravano un secondo e sapevano davvero di gomma.

Era un po’ come il mistero della mia bicicletta a scatto fisso. Tutti i miei amichetti avevano la bicicletta con i pedali che potevano stare fermi senza che le ruote smettessero di andare, mentre io dovevo continuamente pedalare se non volevo cadere. Io ci provavo a farli rimanere fermi, ogni tanto, ma niente. Odiavo andare in bicicletta a quei tempi e mai avrei immaginato che a distanza di trent’anni mio figlio mi avrebbe chiesto proprio quel tipo di bicicletta, a scatto fisso.

Comunque, dopo un po’ di anni (forse ero alle medie) sono arrivate le Big Babol: rosa, morbide, dolci, fragolosissime, gommosissime. Diventarono subito le mie preferite e (neanche a dirlo) diventai  campionessa mondiale e dell’universo di palloncino. Poi ovviamente qualcuno negli anni mi superò, ma tant’è.

Che ricordi!
Ancora oggi a distanza di anni quando mangio una Brooklyn la divido a metà e ne metto in bocca solo mezza. Forse per farla durare di più. Ma se ci penso, anche quando metto in bocca una Big Babol la divido a metà, solo perché anche ora che ho superato abbondantemente i quaranta mi piace fare i palloncini e, se la cicca è a metà, il palloncino è più discreto.

L’unica chewing gum che non divido a metà oggi è la Vigorsol alla liquirizia, mia inseparabile compagna quando vado a correre. Lo so, lo so che non si dovrebbe correre con la gomma da masticare in bocca, ma ho scoperto di non essere l’unica runner che lo fa e credo che sia perché ti toglie quella sensazione di lingua felpata che ti viene quando la salivazione si azzera. O perché ti evita di correre con la bocca troppo aperta, così ti dai un contegno e, se fa caldo, non ti entrano i moscerini.

Una sera ricordo che ero sull’Adda a correre e mi ero dimenticata di portarmi l’astuccio delle Vigorsol. Ecco, quella sera, non so quanti moscerini mi sono entrati in bocca! Forse uno sciame intero. All’inizio ridevo e dicevo che stavo facendo il pieno di proteine animali, ma ad un certo punto me ne è finito uno in gola che ho praticamente rischiato di morire strozzata. Non respiravo, avevo bisogno di bere e l’unica acqua a portata di mano era quella del fiume. Per un attimo ho davvero pensato di tuffarmi, ma poi sarebbe stato peggio… Da allora, quando corro, cerco sempre di tenere la bocca chiusa. E per farlo metto in bocca un chewing gum.

A proposito, meglio dire chewing-gum al maschile  o al femminile? Boh…

A pensarci bene di storie sulle gomme da masticare e sulle caramelle ne avrei a sacchi. Ma forse sono niente in confronto ai ricordi che avrei potuto raccogliere durante l’evento ‘Un lungo viaggio nel gusto‘, nel luogo dove sono state prodotte la maggior parte delle gomme da masticare e caramelle della mia vita e di quella di milioni di italiani.

E quei ricordi sarebbero stati tutti davvero Perfetti.

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Scusa, perchè hai il naso storto? 

Oggi ho imparato che…

Un giorno per caso ti svegli e realizzi che spesso i ricordi nella vita si rincorrono, anche quando sono immaginari.

Qualche settimana fa sono andata dai miei a recuperare il famigerato “baule delle cose scritte’, con tutti i miei diari dal 1985 al 1995. Mio padre riconsegnandomelo mi ha detto che avrei potuto scriverci un libro. Aveva ragione.

Quel baule contiene quasi 3000 pagine scritte (all’inizio a mano e poi col PC), che raccontavano episodi vissuti pensieri, riflessioni, dialoghi, coi vecchi compagni del liceo, professori di università, colleghi, amici…

In quel baule ho riletto episodi della mia vita che avevo dimenticato. Le pagine più divertenti sono dei tempi in cui facevo l’istruttrice di nuoto, a Milano, tra i 19 e i 25 anni. Lavorare in piscina non era il mio sogno, anzi, l’obiettivo era di fuggirne il prima possibile e diventare giornalista. Ma non era facile. Avevo iniziato sfruttando la via degli archivi editoriali dopo un master in documentazione, ma riuscire a farsi commissionare un pezzo era difficile e a volte dovevo bussare alla porta di almeno 10 capi-redattore prima di convincerne uno. La piscina era quello che mi permetteva di inseguire il mio sogno scrivendo anche per poche lire, pagarmi l’università ed essere mediamente indipendente. Anche se non era il mio mondo di approdo, era comunque un microcosmo meraviglioso, pieno di persone e storie straordinarie da raccontare. E io le scrivevo tutte.

Quanti ricordi! Ho passato ore a rileggere quei fogli. Una risma in particolare, scritta col primo PC “trasportabile” Mac, a cui avevo tentato già allora di dare una forma di romanzo è quella che mi ha colpito di più: ci sono passaggi talmente divertenti che non sembrano nemmeno veri. Alcune cose mi tornavano alla mente, altre invece non riesco proprio a visualizzarle e mi fanno venire il sospetto che siano solo”finzione letteraria”.

Un episodio in particolare mi sta facendo rompere la testa. Sono ore che sto cercando di capire se il momento in cui uno dei miei colleghi di vasca (un biondino con gli occhi azzurri che piaceva a tutte e di cui ero stata a fasi alterne amica e nemica) si era confidato con me raccontandomi di come qualche anno prima, giocando con un suo amico, questo gli aveva rotto il naso con una gomitata, era vero oppure no.

E’ un dialogo di un paio di pagine: botta e risposta. Nessuna descrizione del luogo e del momento. Tutto ridotto all’osso. Solo la conversazione tra lui e me. Su quelle paginette avevo riportato la descrizione di un colpo secco sul naso con il gomito, del dolore lancinante, dello svenimento, del sangue e il mio commento finale su quel naso storto.

Buio. Quello che avevo scritto era avvenuto per davvero o mi ero inventata tutto? Millemila domande si susseguono: davvero gli avevo chiesto perché il suo naso virasse a destra? Davvero lui mi aveva raccontato tutta la scena? Davvero era svenuto? Davvero gli avevo detto che in fondo il suo naso dava carattere a un viso che altrimenti sarebbe stato solo perfetto? Io non me lo ricordo. E continuo a non ricordarlo anche se mi sforzo.

Cerco di usare la tecnica della visualizzazione: dove avrebbe potuto essere avvenuto quel dialogo? Eravamo forse seduti sulla panca di mattoni, sotto la palestrina? Eravamo in piedi a bordo vasca? Buio. Buio. Buio. Non ricordo. E mi sembra così strano tutto il dialogo, a partire dal fatto che iniziai proprio chiedendogli come mai avesse il naso storto. Perché non è che parli con qualcuno e poi all’improvviso gli chiedi “Ehi, scusa, come mai hai il naso storto?” Deve essere lui a dirtelo di sua spontanea volontà. E ci deve essere un motivo per arrivare a parlare di quel naso, ci deve essere un appiglio, ma nel dialogo che trovo nelle pagine del diario c’è solo la domanda di attacco: “Come mai hai il naso storto?” seguito dalla sua spiegazione con dovizia di particolari fin troppo splatter per i miei gusti.

Alla fine mi scappa da ridere. Leggendo i ricordi si rincorrono. Si rincorrono e diventano altri ricordi.
Ed è il caso del ricordo vivissimo di un sogno fatto una notte di almeno un decennio dopo aver scritto quel dialogo sul naso rotto ed essermene dimenticata. In quel sogno c’era Jovanotti, il mio primo “fidanzato immaginario”. Eravamo al Parco delle Rose, discoteca della movida milanese fine anni ottanta, seduti ai tavolini del bar a parlare. Albeggiava ed erano rimasti poche persone. Come in un film il mio sguardo si era appoggiato su tutta la discoteca, poi sulla sua moto parcheggiata all’interno accanto a quella di altri VIP e poi noi due, io e Jovanotti, seduti. Io ad un certo punto gli chiedo: “Come mai hai il naso storto?” Lui fa una pausa, mi guarda serio e mi racconta di quando un suo amico, giocando, glielo aveva rotto con una gomitata. Ricordo che mi aveva descritto il dolore, il sangue, lo svenimento, il risveglio con il naso che pulsava, il gonfiore e gli occhi pesti… Mi ero svegliata di colpo e quel sogno era rimasto sospeso dentro di me per tanto tempo e, in qualche modo, ogni volta che vedevo il naso di Jovanotti, avevo la sensazione di sapere come se l’era rotto.

Solo ora però realizzo che il mio amico (prima) e Jovanotti (poi, nel sogno) mi avevano raccontato di essersi rotti il naso nello stesso modo. Sarebbe bello scoprire se in tutto questo a partire dai loro nasi storti c’è qualcosa di vero o è tutto immaginario.