Distopico? Giuro che lo sapevo cosa significa! 

Oggi ho imparato che…

Una mattina per caso ti svegli e capisci che è troppo presto per fare qualsiasi cosa e decidi che puoi impiegare il tuo tempo fino al sorgere del sole dedicandoti dell’aggiornamento culturale on line. Prendi il PC, te lo piazzi sulle gambe e cominci a cliccare su quei link che ti eri messa da parte per quando avessi avuto un po’ di tempo. E dopo esserti sciroppata 5 interviste da mezz’ora l’una sul canale YouTube del Wired Next Festival, realizzi che nei prossimi post dovrai assolutamente inserire le espressioni: 

– Humus Culturale

– Mainstream

– Madonnina infilzata

– Futuro distopico 

– Musica liquida

– Rock indy

– Tessitore di ponti commerciali

– Black Internet

… perché sennò non sei nessuno.  

Ora vi lascio perché devo cercare di ricordare cosa significa la parola distopico. Perché lo sapevo, una volta, giuro.

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Vivere a colori al tempo dei SOCIALCOSI

Oggi ho imparato che…

Una mattina per caso ti svegli e realizzi che quest’anno puoi veramente dire di Vivere a colori, visto che sei completamente immersa nell’arancione. Che anche il tuo inconscio lo è. Che persino la fase REM del sonno lo è. E addirittura quella meno REM (che non ricordi come si chiama) lo è. Sei circondata da arancione. Davvero. Forse troppo.

Ma con tua grande sorpresa realizzerai che  non solo sei completamente immersa nell’arancione, ma che sei anche completamente immersa nel mondo Social. Che anche il tuo inconscio lo è. Che persino la fase REM del sonno lo è. E che addirittura quella meno REM del sonno (che continui a non ricordare come si chiama) lo è. Insomma, i tuoi sogni sono contaminati dai nuovi comportamenti Social. E non ci puoi fare niente.

Te ne renderai conto una notte svegliandoti all’improvviso nel bel mezzo di un sogno, proprio mentre Alessandro Baricco ti sta invitando a cena per rivelarti un segreto importantissimo che ha a che fare col suo ultimo libro “Barnum” e che potrebbe avere ripercussioni definitive sulla tua vita.

Tutti sanno quanto ti piaccia Alessandro Baricco, quanto i suoi libri ti abbiano ispirato e quante ore hai passato ascoltando i suoi monologhi/lezione sulla letteratura e sulla musica prima in TV e poi su Youtube. Sognarlo è davvero un evento straordinario, quasi come incontrarlo dal vivo.

Nel sogno è molto serio e, mentre ti parla, camminate nel cortile del Liceo Scientifico che frequentavi da ragazzina, quello che sta in una via di Milano che una volta si chiamava Via Trenno e che ora, chissà perché, si chiama via Natta. Siete diretti verso il cancello d’uscita. Lui ti dice che deve andare. Ti tiene il gomito con una mano e ti spinge in avanti come se avesse fretta. Ti parla come se la cena dovesse essere proprio quella sera e avesse bisogno di convincerti prima di salutarti. Intanto ascolti quell’accento torinese che ti aveva tanto affascinato da ragazzina quando spiegava la musica lirica  o i grandi scrittori americani in TV. Lui parla e tu pensi che quella voce è proprio la stessa che “senti” quanto leggi uno dei suoi libri: pacata, misurata, ironica. E ti piace molto.

Ad un certo punto vi fermate e noti che  davanti al cancello d’ingresso del liceo, parcheggiati a pochi metri da voi, ci sono uno yacht e un aereo  con la livrea completamente arancione.  Tu guardi Baricco e noti che non sembra sorpreso o interessato alla cosa. Mentre tu trovi che tutto quell’arancione sia strano e cerchi di capire cosa ci fanno quei due mostri arancioni lì davanti a voi, lui niente, continua a parlare, parlare…

Improvvisamente il sogno si interrompe. Buio. Sparisce tutto. Il liceo, Baricco, lo yacht, l’aereo… Nooo. Proprio ora no!

E svegliandoti, la prima cosa che dirai non sarà “Caspita, perché mi sono svegliata proprio ora? così non saprò mai quello che voleva dirmi Baricco di così importante per la mia vita”, ma “Caspita, perché mi sono svegliata proprio ora? non sono nemmeno riuscita a fare una foto all’aereo arancione da postare su FB!’

In effetti è proprio dello stesso colore della tua borsa e delle tue scarpe nuove. O di  “Barnum”, l’ultimo libro di Baricco, che hai sul comodino, sotto lo smartphone…

L’ho detto: troppo arancione. Troppo.

 

Elena Ferrante e quel genio che l’ha stanata. 

Oggi ho imparato che…

Una mattina per caso ti svegli e scopri che qualcuno ha scandagliato tutti i 730 dei dipendenti di una casa editrice per vedere chi ha guadagnato di più negli ultimi tre anni e ha fatto le visure catastali di mezza Toscana alla ricerca delle compravendite degli immobili nell’ultimo anno da incrociare coi 730 di chi ha guadagnato di più solo per dirci chi scrive libri firmandosi Elena Ferrante, il tutto in nome di un presunto giornalismo d’inchiesta. 

E tu realizzerai che, visto che non c’era nessun reato da denunciare e nessun segreto di Stato da svelare, tutto questo fuoco sacro giornalistico il tizio che scrive sul Sole24Ore poteva anche risparmiarselo. Davvero, non ce n’era bisogno. 

Tra l’altro a te piaceva non sapere chi fosse Elena Ferrante. Era un mistero che ti faceva stare bene perché potevi un giorno immaginare che fosse uomo e un giorno che fosse donna, un giorno giovane e un giorno vecchio. E invece no. Ora sai anche tu chi è. Anche perchè gli addetti ai lavori di tutte le case editrici e i critici letterari dei maggiori quotidiani (e pure Dagospia) già lo sapevano. Non era mica un vero segreto. Chi doveva sapere, sapeva. 

E quindi, visto che tutti sapevano, ti chiedi, dove sta il giornalismo d’inchiesta fatto per attribuire senza ombra di dubbio un nome ad uno pseudonimo? Qui prodest? E visto che a scoprirlo è stato un genio del Sole24Ore, me lo dice lui che cosa cambia ora nell’economia della mia vita? 

E speri che qualcuno vada a casa sua (del giornalista) e sveli ogni quante settimane cambia le lenzuola al letto (sempre il giornalista), se le compra a prezzo pieno o in saldo e se quando andava a scuola copiava o era tutta farina del suo sacco. 

Così, giusto per sapere e per farci un po’ gli affari suoi. 


Ps. La foto di questo post è di theredmoustaches.com . Spero che non me ne voglia se l’ho utilizzata, ma è geniale. 

Scusa, perchè hai il naso storto? 

Oggi ho imparato che…

Un giorno per caso ti svegli e realizzi che spesso i ricordi nella vita si rincorrono, anche quando sono immaginari.

Qualche settimana fa sono andata dai miei a recuperare il famigerato “baule delle cose scritte’, con tutti i miei diari dal 1985 al 1995. Mio padre riconsegnandomelo mi ha detto che avrei potuto scriverci un libro. Aveva ragione.

Quel baule contiene quasi 3000 pagine scritte (all’inizio a mano e poi col PC), che raccontavano episodi vissuti pensieri, riflessioni, dialoghi, coi vecchi compagni del liceo, professori di università, colleghi, amici…

In quel baule ho riletto episodi della mia vita che avevo dimenticato. Le pagine più divertenti sono dei tempi in cui facevo l’istruttrice di nuoto, a Milano, tra i 19 e i 25 anni. Lavorare in piscina non era il mio sogno, anzi, l’obiettivo era di fuggirne il prima possibile e diventare giornalista. Ma non era facile. Avevo iniziato sfruttando la via degli archivi editoriali dopo un master in documentazione, ma riuscire a farsi commissionare un pezzo era difficile e a volte dovevo bussare alla porta di almeno 10 capi-redattore prima di convincerne uno. La piscina era quello che mi permetteva di inseguire il mio sogno scrivendo anche per poche lire, pagarmi l’università ed essere mediamente indipendente. Anche se non era il mio mondo di approdo, era comunque un microcosmo meraviglioso, pieno di persone e storie straordinarie da raccontare. E io le scrivevo tutte.

Quanti ricordi! Ho passato ore a rileggere quei fogli. Una risma in particolare, scritta col primo PC “trasportabile” Mac, a cui avevo tentato già allora di dare una forma di romanzo è quella che mi ha colpito di più: ci sono passaggi talmente divertenti che non sembrano nemmeno veri. Alcune cose mi tornavano alla mente, altre invece non riesco proprio a visualizzarle e mi fanno venire il sospetto che siano solo”finzione letteraria”.

Un episodio in particolare mi sta facendo rompere la testa. Sono ore che sto cercando di capire se il momento in cui uno dei miei colleghi di vasca (un biondino con gli occhi azzurri che piaceva a tutte e di cui ero stata a fasi alterne amica e nemica) si era confidato con me raccontandomi di come qualche anno prima, giocando con un suo amico, questo gli aveva rotto il naso con una gomitata, era vero oppure no.

E’ un dialogo di un paio di pagine: botta e risposta. Nessuna descrizione del luogo e del momento. Tutto ridotto all’osso. Solo la conversazione tra lui e me. Su quelle paginette avevo riportato la descrizione di un colpo secco sul naso con il gomito, del dolore lancinante, dello svenimento, del sangue e il mio commento finale su quel naso storto.

Buio. Quello che avevo scritto era avvenuto per davvero o mi ero inventata tutto? Millemila domande si susseguono: davvero gli avevo chiesto perché il suo naso virasse a destra? Davvero lui mi aveva raccontato tutta la scena? Davvero era svenuto? Davvero gli avevo detto che in fondo il suo naso dava carattere a un viso che altrimenti sarebbe stato solo perfetto? Io non me lo ricordo. E continuo a non ricordarlo anche se mi sforzo.

Cerco di usare la tecnica della visualizzazione: dove avrebbe potuto essere avvenuto quel dialogo? Eravamo forse seduti sulla panca di mattoni, sotto la palestrina? Eravamo in piedi a bordo vasca? Buio. Buio. Buio. Non ricordo. E mi sembra così strano tutto il dialogo, a partire dal fatto che iniziai proprio chiedendogli come mai avesse il naso storto. Perché non è che parli con qualcuno e poi all’improvviso gli chiedi “Ehi, scusa, come mai hai il naso storto?” Deve essere lui a dirtelo di sua spontanea volontà. E ci deve essere un motivo per arrivare a parlare di quel naso, ci deve essere un appiglio, ma nel dialogo che trovo nelle pagine del diario c’è solo la domanda di attacco: “Come mai hai il naso storto?” seguito dalla sua spiegazione con dovizia di particolari fin troppo splatter per i miei gusti.

Alla fine mi scappa da ridere. Leggendo i ricordi si rincorrono. Si rincorrono e diventano altri ricordi.
Ed è il caso del ricordo vivissimo di un sogno fatto una notte di almeno un decennio dopo aver scritto quel dialogo sul naso rotto ed essermene dimenticata. In quel sogno c’era Jovanotti, il mio primo “fidanzato immaginario”. Eravamo al Parco delle Rose, discoteca della movida milanese fine anni ottanta, seduti ai tavolini del bar a parlare. Albeggiava ed erano rimasti poche persone. Come in un film il mio sguardo si era appoggiato su tutta la discoteca, poi sulla sua moto parcheggiata all’interno accanto a quella di altri VIP e poi noi due, io e Jovanotti, seduti. Io ad un certo punto gli chiedo: “Come mai hai il naso storto?” Lui fa una pausa, mi guarda serio e mi racconta di quando un suo amico, giocando, glielo aveva rotto con una gomitata. Ricordo che mi aveva descritto il dolore, il sangue, lo svenimento, il risveglio con il naso che pulsava, il gonfiore e gli occhi pesti… Mi ero svegliata di colpo e quel sogno era rimasto sospeso dentro di me per tanto tempo e, in qualche modo, ogni volta che vedevo il naso di Jovanotti, avevo la sensazione di sapere come se l’era rotto.

Solo ora però realizzo che il mio amico (prima) e Jovanotti (poi, nel sogno) mi avevano raccontato di essersi rotti il naso nello stesso modo. Sarebbe bello scoprire se in tutto questo a partire dai loro nasi storti c’è qualcosa di vero o è tutto immaginario.

Vendere ai clienti difficili non è semplice

[oggi ho imparato che] Il Direct Marketing non è per niente semplice, anche, e soprattutto, quando si tratta di intenzioni e di potenziali clienti come me, difficili.

Dunque, la prima cosa è per quelli di Endomondo che mettono nell’oggetto della email ‘ci sei mancata’. Ecco, per favore, se non siete George Clooney e Brad Pitt in coppia, evitate di dirmi che vi sono mancata perché la mia reazione potrebbe essere davvero poco urbana. Mancata a chi, se non so nemmeno chi siete!?


La seconda è per Asics che comincia la missiva scusandosi se i link (quali link?) non hanno funzionato. Ecco, io sinceramente avrei evitato di far sapere a tutto il mondo che i vostri link non hanno funzionato, anche perché forse molti (me inclusa) non sapevano che i vostri link non funzionassero e ora sanno che i vostri link potrebbero non funzionare e quindi non è che siete proprio infallibili. Insomma, ‘excusatio non petita, diminutio manifesta’. 


(Ripeto: Fare il Direct Marketing non è mai facile)

[La NON regola dei calzini spaiati]

Una sera per caso a un aperitivo tra amiche, dopo la prima ora dedicata agli aggiornamenti sugli ultimi libri letti, passando a quelli in fase di scrittura una di loro confesserà di essere ferma da due settimane su un punto decisamente cruciale: il primo bacio. Dopo aver già scritto 27 pagine si è resa conto di non avere la minima idea di quando far baciare i suoi protagonisti perchè nonostante siano già usciti insieme due volte, sembra che non sia mai ‘il momento giusto’.
La domanda della serata diventa: ‘Dopo i quaranta, dopo quante uscite ci si bacia?’
Dopo il rito del giro di tavolo disordinato per la solita indagine veloce veloce realizzerete che NON c’è nessun problema. La regola è quasi matematica: ‘Tendenzialmente il primo bacio viene dato tra il 2° e il 3° appuntamento, un minoranza lo fa nel 1°, quasi nessuno aspetta il 4°’.
Ma ripensando alle ultime storie di tutte (quelle vere) la sola domanda è: ‘visti i tempi, riusciranno i due protagonisti quarantenni ad arrivare al quarto appuntamento?’ Naaaaaaa!

Una sera per caso a un aperitivo tra amiche, dopo la prima ora dedicata agli aggiornamenti sugli ultimi libri letti e scritti, ferme da 45 minuti sul nuovo romanzo rosa dell’amica indecisa sulla scena del primo bacio tra quarantenni, per tagliare la testa al toro chiederai se nel libro i due protagonisti si scrivono sms o sono già passati a whattsapp. E quando tutte ti guarderanno stranite con la faccia in modalità ‘so what?’, sarai costretta a svelare che per sapere se i due arriveranno mai al primo bacio oppure no, basterà conoscere cosa usano per comunicare.
Perchè ‘Whattsapp ha riscritto tutti i codici di corteggiamento e li ha incasinati . Quando i messaggi si pagavano un tanto al chilo, al secondo sms sapevi già se l’altro voleva limonare oppure no. Ora è tutto diverso e potresti non saperlo mai. E se entrambi non hanno voglia di rischiare un due di picche, non faranno mai il primo passo’ .
E la tua amica scriverà sul suo iphone: ‘togliere whattsapp ai due cretini.’
Ma una volta gli scrittori non amavano i loro personaggi come figli? Naaaaaaaa!

Una sera per caso a un aperitivo tra amiche, ferme sul nuovo romanzo rosa dell’amica scrittrice alle prese coi due protagonisti quarantenni che non ne vogliono sapere di baciarsi, realizzerete che, se la storia rispecchia un minimo la realtà e anche se sembra che siano fatti l’uno per l’altra, i due potrebbero finire per non concludere MAI niente: i calzini ci insegnano che non sempre essere fatti l’uno per l’altra significa stare insieme. C’è gente che vive benissimo girando con due calzini spaiati. Con due destri. O due sinistri. O addirittura dimenticandone uno a casa… Del resto c’è qualche regola che lo impedisce?
Naaaaaaa!

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[Bulimia da hot book]

Un giorno per caso ti svegli e realizzi che non c’è niente di meglio di una cassa o di una commessa di Feltrinelli e un po’ di pudore per convogliarti su letture un minimo interessanti e di valore e non farti vergognare come una ladra delle tue scelte.
E lo scoprirai dopo aver acquistato un Kobo Aura e aver fatto letteralmente il pieno di ebook hot che al confronto la trilogia delle 50 sfumature impallidirebbe come un’educanda. Perché all’inizio non puoi saperlo, ma appena scegli un titolo, Kobo comincia a proportene 10 o 15 dello stesso genere e siccome hai già dato la tua carta di credito, metterne nel carrello uno, due, tre, cinque, dieci dello stesso genere è un attimo.
Ma soprattutto te ne accorgerai il giorno in cui scoprirai che due degli ebook hot acquistati non si leggono e che devi parlare col customer care di Kobo per risolvere la situazione.
La telefonata infatti potrebbe diventare a dir poco imbarazzante se a chiamarti (si, perché Kobo lavora in outbound) è un gentile operatore con la voce maschile più sexy che neanche Ligabue e se lo stesso comincia a scorrere tutti i titoli chiedendoti quale non si apre e non essendo sola nella stanza e preferiresti fare un buco nel pavimento e uscire in Cina piuttosto che leggere i due titoli incriminati ad alta voce.
E allora lui, che capirà l’antifona (chissà quante donne ha dovuto richiamare perché non riuscivano a leggere ebook tipo Nemici di Letto, Sesso tantrico, Massaggi erotici, 50 sfumature di grigio, Posseduta, etc), comincerà a leggere l’elenco, titolo dopo titolo, dicendo: ‘È questo? È forse quest’altro? Mi ferma lei quando lo individuo?’.
E mentre lo ascolterai ti vergognerai e ti chiederai che cosa si starà immaginando che sei l’operatore dalla voce sexy: una casalinga disperata, una repressa, una erotomane? Mentre la verità è che leggi centinaia di libri l’anno seri e meno seri, ma avevi voglia di leggerne qualcuno un po’ hot, giusto per ridere un po’… e ti sei lasciata prendere la mano da Kobo. Ma lui non lo sa e la tua figura sarà proprio brutta e te la ricorderai per un pezzo.
Così, dopo aver messo giù il telefono, prenderai il Kobo e comincerai a scaricare bulimicamente titoli di classici pallosissimi, giusto per bilanciare la lista hot con autori più impegnati, tipo Kant (che non hai mai letto) e Schopenauer e Ghoete e Kafka facendone scappare anche uno in lingua originale…
Non si sa mai che un giorno ti tocchi farti chiamare dallo stesso operatore…

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