Fioretto alimentare vs. fiore edibile

Oggi ho imparato che…

 

Un giorno per caso ti svegli, avresti voglia di una meravigliosa colazione a base di latte e caffé, fette biscottate e marmellata, ma realizzi che stai facendo come tutti gli anni il fioretto per la Quaresima e che, non potendo mangiare nè dolci nè caramelle, dovrai accontentarti di fette biscottate senza marmellata.

Così, dopo aver girato per casa per due ore come un leone in gabbia con la voglia di dolci, esci, vai all’Esselunga e ti compri una bella insalata primavera colorata per pranzo nella speranza di saziare almeno l’occhio.

E il fiore(tto) questa volta te lo mangi!

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15 cose sul concerto di Samuele Bersani

Se una mattina ti svegli e, mentre stai navigando sul sito di Radio Italia Solo Musica Italiana (RISMI per gli amici) per vedere che novità ci sono, scopri che la sera stessa a Bergamo c’è il concerto di Samuele Bersani, per le successive due ore non farai altro che pensare a come fare per andarci. E dopo aver chiesto di accompagnarti alla tua amica (che però non sta bene) e a tuo figlio quindicenne (che non ci pensa nemmeno 27 nano secondi a dirti di no), deciderai di fare quello che è giusto fare: comprare il biglietto e andarci da sola.

Non è la prima volta che vai da sola ad un concerto, ma questo è speciale e a fine serata facendo l’elenco delle cose che hai imparato, scoprirai di aver compilato una lista davvero interessante.

Ecco quindi le 15 cose che scopri andando al concerto di Samuele Bersani da sola:

  1. SE ACQUISTI UN BIGLIETTO ALL’ULTIMO MINUTO SU TICKETONE, PRIMA DI RITIRARLO ALLA CASSA DOVRAI ASPETTARE CHE TE LO STAMPINO

Se aspetti fino alle 19.00 per vedere se si liberano dei posti interessanti su TicketOne e ne trovi uno in una posizione centrale, ringrazierai Dio e tutti i santi del Paradiso per la fortuna che hai. Alle 19.30 completerai le operazioni di acquisto di un meraviglioso biglietto singolo settore CA, posto 27 (praticamente un po’ in alto, ma in posizione centrale) e ti metterai in macchina per raggiungere il teatro con la ricevuta d’acquisto stampata e fotografata sul cellulare.

fullsizerender-8E dopo aver parcheggiato davanti al teatro, che più davanti non si può, andrai di corsa alla biglietteria per scoprire che il tuo biglietto non è ancora stato stampato e che devi aspettare qualche secondo. Quindi armati di forza e coraggio se quelli dietro di te sbufferanno come treni a vapore neanche dovessero aspettare fino a domani e si lamenteranno di essere bloccati in fila dietro di te, perché la voglia di prenderli a testate sarà tanta.

2. IN TEATRO E’ VIETATO FARE FOTO E VIDEO

fullsizerender-12Alle 20.00 sarai all’interno del Teatro Creberg con il tuo biglietto in mano, in uno dei posti più larghi davanti che più larghi non si può (meglio della Business Class), a fotografare come una giapponesina il teatro vuoto e la gente che sta arrivando, ad aspettare che il concerto cominci e a postare su FB le foto della tua “mattata”. Nel frattempo un altoparlante ripeterà ogni 5 minuti che è vietato fare foto o effettuare registrazioni e che i cellulari devono rimanere spenti per tutta la durata del concerto.

Sconcertata (il termine non è scelto a caso) da questa novità del cellulare spento, ti chiederai se sia davvero una cosa normale nelle tournée teatrali, o se sia perché si tratta della terza data e non vogliono far girare troppi video su youtube. Fatto sta che la gente sembra indispettita e nelle poltrone dietro qualcuno dirà: “Col cavolo che non gli faccio neanche una foto!”

Rimarrai seduta a navigare su internet in segno di sfida (“Il concerto non è ancora iniziato e non mi possono rompere le balle”) e nel frattempo leggerai on line un po’ di interviste a Samuele Bersani fatte in occasione del lancio della tournée. E così scoprirai un po’ di cose che non sapevi (o che non ricordavi) che ti appunterai diligentemente sulla pagina Note dell’Iphone. Non si sa mai, potrebbero servire. img_2826

3. NON SAI MAI CHE VICINI PUOI RITROVARTI (ANCHE A TEATRO)

Pochi minuti prima del concerto ti si siederà accanto una coppia che rimarrà abbracciata tutto il tempo, limonando di tanto in tanto, e un tizio solo solingo che pochi istanti dopo essersi seduto riceve un whatsapp da una tizia che si chiama Mistress Sonia. Subito ti chiederai se Mistress stia per mistress (quel tipo di ‘Mistress’) o stia per “Sonia mi stressi”, tipo “Signorina-Sonia-Tu-mi-stufi”.  Allungherai l’occhio. Lui cercherà di non farti leggere quello che c’è scritto sul messaggio ricevuto, ma in un secondo e mezzo leggerai e… arrossirai tu per lui. Si, insomma, è possibile che lui non avesse nessuna intenzione di venire a questo concerto, ma che una certa Sonia, che per diletto o professione fa la Mistress (ormai è certo che sia quel tipo di mistress) lo abbia obbligato. E che, poco prima del concerto, si accerti che lui ci sia veramente e che faccia quello che lei gli ha ordinato di fare, altrimenti non gliela farà più vedere finché campa. PAURA!

4. PER FORTUNA LE MASCHERE DEL TEATRO NON HANNO LA LICENZA DI UCCIDERE. LA USEREBBERO.

Il concerto sta per cominciare. Tutto diventa buio e si apre il sipario. Parte la musica e qualche fan indisciplinato cerca di scattare una foto. Ma appena si scorge la luce di uno schermo rivolto verso il palco, subito le maschere del teatro piombano con passi ampi e marziali sull’ardito fotografo e puntano la torcia in faccia al malcapitato gridando: “Niente foto, grazie!”. E quel grazie, giuro, non sembra proprio un ringraziamento, quanto un “se ci riprovi ti uccido!”. E tu, che sei dietro e assisti alla scena, te ne guardi bene dal tirar fuori il cellulare.

Mostri! Come si fa ad impedire di fare foto? La risposta non arriva, ma guarda caso lo spettacolo comincia proprio con la canzone Il Mostro. La stessa che aveva fatto incontrare Samuele Bersani con Lucio Dalla e che aveva aperto una tournè di Dalla tanti tanti anni fa. Nostalgia.

5. INDOSSARE UNA MAGLIETTA SCURA CON SCRITTA BIANCA CHE NON SI LEGGE DALLA QUINTA FILA IN POI DOVREBBE ESSERE VIETATO PER LEGGE. SAPPILO, SAMUELE. 

Bersani è in splendida forma. Giacca scura e, sotto, una t-shirt nera con una scritta bianca. Canta guardando il leggio e sai che, anche se  ce l’ha davanti non lo legge veramente. Lo userà solo durante alcune canzoni, quelle piene di parole, quelle che sembrano degli sciogli lingua dalla metrica assassina. Tu invece le parole delle sue canzoni le sai tutte e quando non ti ricordi qualcosa fai La la la con sentimento (tanto nessuno se ne accorge).

In compenso ti rimarrà la curiosità di sapere cosa c’è scritto sulla maglia scura: le lettere sono bianche, ma troppo piccole da leggere per chi è seduto alla tua distanza dal palco. E forse glielo chiederai via FB di lì a qualche ora visto che sei una dei suoi follower. Perché per tutta la durata del concerto avrai solo voglia di sapere cosa c’è scritto su quella maglietta. Perché se uno, al proprio concerto, indossa una maglia scura con una scritta bianca, forse vuole far sapere cosa c’è scritto. Ma sono pochi quelli che riescono a leggere, mannaggia.

6. CHI RIMANE IMMOBILE AI CONCERTI HA SEMPRE UN MOTIVO. MA NON SEMPRE È QUELLO GIUSTO.

Attacca Le mie parole e ti accorgi che la stai cantando e che il tizio accanto a te non muove un muscolo: che stia scontando una punizione inflittagli dalla mistress?? Non ci vuoi pensare, ma stai bene attenta a non sfiorargli il braccio sul bracciolo della poltroncina. Comunque è discreto, nel senso che non si muove e non dà nessun fastidio. Ma tu controlli sempre quando riceve wa.

Dopo un po’ ti accorgi invece che sta registrando con il cellulare. E ridi perché nella registrazione ci saranno anche i tuoi gorgheggi e gridolini di gioia, le tue mani che battono il tempo e le tue scarpe che picchiano il pavimento per applaudire. Insomma, un po’ ti spiace per lui, avrebbe avuto bisogno di una vicina di poltroncina più tranquilla di te.
Ma tant’è.

7. ASSISTERE A UN CONCERTO SENZA USARE IL CELLULARE È UN’ESPERIENZA MISTICA.

Con Lo scrutatore non votante ti scateni: le mani suonano un pianoforte immaginario e canti. Per la gioia del tuo vicino che probabilmente ti sta maledicendo perché gli impedisci di registrare le canzoni. E, ascoltando le parole ad una ad una senza cercare l’inquadratura migliore con lo smartphone, ti rendi conto che ti stai godendo davvero tutte le parole e la musica di questo concerto.
Forse tenere i cellulari spenti non è una cosa così peregrina. Dovrebbe provarci anche il tizio seduto accanto a te. Si godrebbe di più il concerto.

Pausa

7. CHI AMA SAMUELE BERSANI AMA ASCOLTARLO ANCHE (E SOPRATTUTTO) QUANDO PARLA.

Dopo le prime tre canzoni, finalmente parla. Tutti sanno che a Samuele piace parlare durante i concerti, ma questa volta anticipa che è stato talmente tanto tempo fermo per i problemi alle corde vocali  che è davvero felice di poter cantare di nuovo davanti al suo pubblico. “E siccome il repertorio è vasto, questa volta parlerò un po’ meno. Ma voi fate quello che volete (tranne che fotografare ndr.) e anche io mi godrò questa serata”.

Sembra emozionato e contento. E felice di essere davanti a tanta gente che forse è cresciuta insieme a lui.

8. QUANDO SEGUI DA 25 ANNI UN CANTANTE, E’ FACILE CHE OGNI SUA CANZONE SIA LEGATA AD UN TUO RICORDO

Riprende a cantare.
Occhiali rotti, che ti fa venire in mente un racconto che hai scritto e che avresti voluto intitolare così, ma poi avevi deciso che era meglio un altro titolo.

Il Pescatore di asterischi che ti immagini mentre la canta a Roma con Marco Mengoni. E sorridi perchè Mengoni è uno che ai concerti parla tanto e se ci fosse stato anche lui sarebbe stato un bel match.

En e Xanax, una delle più belle e moderne storie d’amore, che quando avevi sentito per la prima volta alla radio faceva un caldo pazzesco e tu stavi pensando che quando fa così caldo i matti impazziscono, e i matti spesso prendono i  tranquillanti e quel titolo ti era sembrato un segno, una coincidenza. E quindi per te rimarrà per sempre la canzone delle coincidenze sincroniche.

Fino a Spaccacuore che ti ha fatto ridere perché hai ripensato ad una recente intervista in cui Linus l’aveva annunciata, confondendosi, “Crepacuore”e Samuele aveva subito sgranato gli occhi correggendolo.

Poi Psyco, Ferragosto, Cattiva. E quasi ti commuovi perché ripensi a quando quelle canzoni le avevi ascoltate e cantate in macchina, in compagnia della tua amica, originaria di Misano Adriatico che forse era andata a scuola di musica dal papà di Samuele e che te ne parlava sempre. E ripensi anche che una volta lui (Samuele, non suo padre)  era uno dei tuoi “fidanzati immaginari” preferiti e ora non ti ricordi perché non lo sia più. Forse dovresti ripensarci e riaccoglierlo nella tua immensa fantasia, insieme a George Clooney, Biagio Antonacci, Linus e molti altri che ora non hai voglia di elencare.

9. QUANDO UN CANTANTE E’ ABITUATO A PARLARE NEI CONCERTI, ANCHE SE DICE CHE LO FARÀ POCO, COMUNQUE LO FARÀ. PER FORTUNA.

E quando sembra che stia per iniziarne un’altra, ecco che si gira vero la band e dice: “Posso dire due cagate?”. Tutti ridono. In realtà tutti sappiamo che non sono due cagate, ma che dietro quella frase c’è la  voglia di comunicare e di raccontare come sono andate le cose in questo anno e mezzo in cui non ha cantato. E ti ricorda che sono passati 25 anni dal primo concerto: “Praticamente la metà degli anni dei Pooh, ma da solo. E non è poco”.
Parla ancora per qualche minuto. E ti piace moltissimo. Lui parla il giusto e lo fa con l’accento di Cattolica che ti fa tanto mare e vacanze e… Cesarina e Daniela (solo gli amici del mare possono capire).

Poi riprende a cantare: Come due somari, la canzone che nel disco canta insieme ad Anima Nuda e che da solo canta ancora con più trasporto. Lo adori.

Presenta tutta la band. E tu immediatamente ricordi che a Riccione avevi notato Michele Ranieri, il polistrumentista che faceva anche i cori e scopri che c’è ancora e sorridi. Poi, quando tutti lasciano il palco, ti immergi nelle note di Replay (portata a Sanremo nel 2000) accompagnata solo dal pianoforte.
E due lacrime rimangono sospese sull’occhio, ma non vuoi farle scendere per non farti vedere dal tuo vicino “strano”.

10. NON SAPRAI MAI SE C’E’ VITA DOPO LA MORTE O DOPO AVER TRASCORSO DUE ORE SENZA SOCIAL. E NON LO VUOI SAPERE.

Si chiude il sipario e hai 10 minuti per accendere il telefono e leggere i messaggi e le notifiche su FB. Sono tantissime. Mentre tu sei un questa bolla senza smartphone, fuori le chat impazzano e tu fai una cosa ardita: le cancelli e non le leggi. Forse non è impossibile stare senza collegamento col mondo esterno per un paio d’ore. Ma solo per un paio d’ore, eh.

11. SCEGLIERE LA SCALETTA ATTRAVERSO I SOCIAL E IMPEDIRE DI USARLI DURANTE IL CONCERTO È BIZZARRO, MA FORSE HA RAGIONE LUI.

Si riapre il sipario e invece di mettersi subito a cantare Bersani spiega come sono state scelte le canzoni che hanno composto la scaletta. Tutto attraverso FB dove lui aveva chiesto ai follower di dirgli le tre canzoni irrinunciabili che avrebbe dovuto inserire nel concerto. Ne è venuta fuori una lista che ti sta piacendo molto.

Però poi pensi che è bizzarro fare la scaletta con modalità Social e impedire di fruire del concerto in modalità social, con lo schermo di un cellulare che immortala il momento e un Social che lo rende pubblico. Perché quando qualcosa ti provoca emozioni positive, hai voglia che tutti lo sappiano live, mentre qui hai paura che una maschera ti punti la torcia in faccia e ti urli “Niente foto, grazie”.

12. INTITOLARE UN DISCO A “LA FORTUNA CHE ABBIAMO” E POI AVERE MILLE SFIGHE E’ DA CAMPIONI MONDIALI DI IRONIA

Arriva il momento della canzone che dà il titolo alla tournèe e all’ultimo disco La fortuna che abbiamo. Spiega che non gli ha portato molto bene visto che, l’anno scorso quando stava per partire, ha avuto un serio problema ad una corda vocale. Racconta che quando ha scoperto che era una di quelle maggiormente suggerite via FB ne era rimasto sorpreso perché non era stata una di quelle più trasmesse in radio. Ma la introduce con una frase carina: “Qual è a fortuna che abbiamo? E quella che non sappiamo di avere”.

Comunque, se sei nato nel 1970, la sfiga è finita nel 2016. Punto. Lo sai tu (che sei nata nello stesso anno) e lo deve sapere anche lui.

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13. ASCOLTARE UN AUTORE CHE CANTA LE PROPRIE CANZONI (DOPO AVERLE SENTITE CANTATE ANCHE DA ALTRI) E’ PIÙ BELLO

Mentre canta ricordi le moltissime collaborazioni con i più importanti nomi della musica italiana: Ornella Vanoni, gli Skiantos, Claudio Baglioni, Stefano Bollani, Pacifico, Fiorella Mannoia e Sergio Cammariere.

La delirante poesia.

Crazy boy, canzone che aveva cantato Fiorella Mannoia.

Che vita!    

Settimo cielo.

Canzone, la canzone scritta per Lucio Dalla che strappa un applauso con standing ovation a metà sala.

E poi arriva quella che ami di più: Giudizi universali, con l’arrangiamento dell’ultimo disco in cui l’aveva cantata in coppia con Carmen Consoli. Che è lo stesso arrangiamento usato durante una puntata di xFactor da Ilaria che l’aveva cantata benissimo (chissà che fine ha fatto: ti piaceva la voce di quella ragazza) e alla quale Bersani aveva mandato un messaggio per ringraziarla.

14. QUANDO LA SCALETTA DI UN CONCERTO TI PORTA DOVE VUOLE, HA VINTO TUTTO.

Ti stai godendo ogni momenti di questo concerto.

Ecco Chiedimi se sono Felice, canzone scritta per l’omonimo film di Aldo, Giovanni e Giacomo che negli ultimi giorni hai ascoltato in loop molto spesso.

Sei felice e, finalmente, realizzi che la scaletta è lo storytelling di quello che stai provando da due ore.

Freak,  e l’idea di esportare la Piadina Romagnola, un’idea che hai avuto per un attimo anche tu.

Coccodrilli, che non ti farà mai più fare una doccia senza guardare lo scarico e sorridere.

Senza titoli, che ti fa sorridere all’idea che lui è inseguito da videoteche che non hanno mai titoli per lui e che non stenti a crederlo, visto che ama i film horror e che da giovanissimo era scappato di casa per andare ad incontrare Dario Argento.

Chicco e Spillo, che all’inizio ti piaceva molto ma oggi ti fa venire in mente il Pulcino Pio, che alla fine muore schiacciato. E sai che  una roba strana da dire, ma ormai ha preso questa piega e quando la canta non vedi l’ora che finisca.fullsizerender-9

E lo perdonerai se ad un certo punto si toglierà la giacca per far vedere a tutti quello che c’è scritto sulla maglietta, ma tu continui a non leggere una cippa perché sei troppo lontana o, forse, troppo cecata per leggere una scritta così piccola.

15. DUE ORE E UN QUARTO POSSONO PASSARE MOLTO MOLTO IN FRETTA

Cosa vuoi da me, che un giorno hai scoperto essere la cover di Glastonbury song dei Waterboys, ma che in realtà ti piace di più come la canta lui.

Sai che è l’ultima e ti alzi. Non assisterai ai saluti finali. Ruberai qualche foto al palco, alla regia, alle scale e uscirai (Tanto ormai le maschere hanno deposto le armi e nessuno ti ferma più).

Esci prima degli altri. In tempo per non rimanere imbottigliata nel traffico del parcheggio.

Sipario.

Alla prossima.

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Vivere a colori al tempo dei SOCIALCOSI

Oggi ho imparato che…

Una mattina per caso ti svegli e realizzi che quest’anno puoi veramente dire di Vivere a colori, visto che sei completamente immersa nell’arancione. Che anche il tuo inconscio lo è. Che persino la fase REM del sonno lo è. E addirittura quella meno REM (che non ricordi come si chiama) lo è. Sei circondata da arancione. Davvero. Forse troppo.

Ma con tua grande sorpresa realizzerai che  non solo sei completamente immersa nell’arancione, ma che sei anche completamente immersa nel mondo Social. Che anche il tuo inconscio lo è. Che persino la fase REM del sonno lo è. E che addirittura quella meno REM del sonno (che continui a non ricordare come si chiama) lo è. Insomma, i tuoi sogni sono contaminati dai nuovi comportamenti Social. E non ci puoi fare niente.

Te ne renderai conto una notte svegliandoti all’improvviso nel bel mezzo di un sogno, proprio mentre Alessandro Baricco ti sta invitando a cena per rivelarti un segreto importantissimo che ha a che fare col suo ultimo libro “Barnum” e che potrebbe avere ripercussioni definitive sulla tua vita.

Tutti sanno quanto ti piaccia Alessandro Baricco, quanto i suoi libri ti abbiano ispirato e quante ore hai passato ascoltando i suoi monologhi/lezione sulla letteratura e sulla musica prima in TV e poi su Youtube. Sognarlo è davvero un evento straordinario, quasi come incontrarlo dal vivo.

Nel sogno è molto serio e, mentre ti parla, camminate nel cortile del Liceo Scientifico che frequentavi da ragazzina, quello che sta in una via di Milano che una volta si chiamava Via Trenno e che ora, chissà perché, si chiama via Natta. Siete diretti verso il cancello d’uscita. Lui ti dice che deve andare. Ti tiene il gomito con una mano e ti spinge in avanti come se avesse fretta. Ti parla come se la cena dovesse essere proprio quella sera e avesse bisogno di convincerti prima di salutarti. Intanto ascolti quell’accento torinese che ti aveva tanto affascinato da ragazzina quando spiegava la musica lirica  o i grandi scrittori americani in TV. Lui parla e tu pensi che quella voce è proprio la stessa che “senti” quanto leggi uno dei suoi libri: pacata, misurata, ironica. E ti piace molto.

Ad un certo punto vi fermate e noti che  davanti al cancello d’ingresso del liceo, parcheggiati a pochi metri da voi, ci sono uno yacht e un aereo  con la livrea completamente arancione.  Tu guardi Baricco e noti che non sembra sorpreso o interessato alla cosa. Mentre tu trovi che tutto quell’arancione sia strano e cerchi di capire cosa ci fanno quei due mostri arancioni lì davanti a voi, lui niente, continua a parlare, parlare…

Improvvisamente il sogno si interrompe. Buio. Sparisce tutto. Il liceo, Baricco, lo yacht, l’aereo… Nooo. Proprio ora no!

E svegliandoti, la prima cosa che dirai non sarà “Caspita, perché mi sono svegliata proprio ora? così non saprò mai quello che voleva dirmi Baricco di così importante per la mia vita”, ma “Caspita, perché mi sono svegliata proprio ora? non sono nemmeno riuscita a fare una foto all’aereo arancione da postare su FB!’

In effetti è proprio dello stesso colore della tua borsa e delle tue scarpe nuove. O di  “Barnum”, l’ultimo libro di Baricco, che hai sul comodino, sotto lo smartphone…

L’ho detto: troppo arancione. Troppo.

 

Scusa, perchè hai il naso storto? 

Oggi ho imparato che…

Un giorno per caso ti svegli e realizzi che spesso i ricordi nella vita si rincorrono, anche quando sono immaginari.

Qualche settimana fa sono andata dai miei a recuperare il famigerato “baule delle cose scritte’, con tutti i miei diari dal 1985 al 1995. Mio padre riconsegnandomelo mi ha detto che avrei potuto scriverci un libro. Aveva ragione.

Quel baule contiene quasi 3000 pagine scritte (all’inizio a mano e poi col PC), che raccontavano episodi vissuti pensieri, riflessioni, dialoghi, coi vecchi compagni del liceo, professori di università, colleghi, amici…

In quel baule ho riletto episodi della mia vita che avevo dimenticato. Le pagine più divertenti sono dei tempi in cui facevo l’istruttrice di nuoto, a Milano, tra i 19 e i 25 anni. Lavorare in piscina non era il mio sogno, anzi, l’obiettivo era di fuggirne il prima possibile e diventare giornalista. Ma non era facile. Avevo iniziato sfruttando la via degli archivi editoriali dopo un master in documentazione, ma riuscire a farsi commissionare un pezzo era difficile e a volte dovevo bussare alla porta di almeno 10 capi-redattore prima di convincerne uno. La piscina era quello che mi permetteva di inseguire il mio sogno scrivendo anche per poche lire, pagarmi l’università ed essere mediamente indipendente. Anche se non era il mio mondo di approdo, era comunque un microcosmo meraviglioso, pieno di persone e storie straordinarie da raccontare. E io le scrivevo tutte.

Quanti ricordi! Ho passato ore a rileggere quei fogli. Una risma in particolare, scritta col primo PC “trasportabile” Mac, a cui avevo tentato già allora di dare una forma di romanzo è quella che mi ha colpito di più: ci sono passaggi talmente divertenti che non sembrano nemmeno veri. Alcune cose mi tornavano alla mente, altre invece non riesco proprio a visualizzarle e mi fanno venire il sospetto che siano solo”finzione letteraria”.

Un episodio in particolare mi sta facendo rompere la testa. Sono ore che sto cercando di capire se il momento in cui uno dei miei colleghi di vasca (un biondino con gli occhi azzurri che piaceva a tutte e di cui ero stata a fasi alterne amica e nemica) si era confidato con me raccontandomi di come qualche anno prima, giocando con un suo amico, questo gli aveva rotto il naso con una gomitata, era vero oppure no.

E’ un dialogo di un paio di pagine: botta e risposta. Nessuna descrizione del luogo e del momento. Tutto ridotto all’osso. Solo la conversazione tra lui e me. Su quelle paginette avevo riportato la descrizione di un colpo secco sul naso con il gomito, del dolore lancinante, dello svenimento, del sangue e il mio commento finale su quel naso storto.

Buio. Quello che avevo scritto era avvenuto per davvero o mi ero inventata tutto? Millemila domande si susseguono: davvero gli avevo chiesto perché il suo naso virasse a destra? Davvero lui mi aveva raccontato tutta la scena? Davvero era svenuto? Davvero gli avevo detto che in fondo il suo naso dava carattere a un viso che altrimenti sarebbe stato solo perfetto? Io non me lo ricordo. E continuo a non ricordarlo anche se mi sforzo.

Cerco di usare la tecnica della visualizzazione: dove avrebbe potuto essere avvenuto quel dialogo? Eravamo forse seduti sulla panca di mattoni, sotto la palestrina? Eravamo in piedi a bordo vasca? Buio. Buio. Buio. Non ricordo. E mi sembra così strano tutto il dialogo, a partire dal fatto che iniziai proprio chiedendogli come mai avesse il naso storto. Perché non è che parli con qualcuno e poi all’improvviso gli chiedi “Ehi, scusa, come mai hai il naso storto?” Deve essere lui a dirtelo di sua spontanea volontà. E ci deve essere un motivo per arrivare a parlare di quel naso, ci deve essere un appiglio, ma nel dialogo che trovo nelle pagine del diario c’è solo la domanda di attacco: “Come mai hai il naso storto?” seguito dalla sua spiegazione con dovizia di particolari fin troppo splatter per i miei gusti.

Alla fine mi scappa da ridere. Leggendo i ricordi si rincorrono. Si rincorrono e diventano altri ricordi.
Ed è il caso del ricordo vivissimo di un sogno fatto una notte di almeno un decennio dopo aver scritto quel dialogo sul naso rotto ed essermene dimenticata. In quel sogno c’era Jovanotti, il mio primo “fidanzato immaginario”. Eravamo al Parco delle Rose, discoteca della movida milanese fine anni ottanta, seduti ai tavolini del bar a parlare. Albeggiava ed erano rimasti poche persone. Come in un film il mio sguardo si era appoggiato su tutta la discoteca, poi sulla sua moto parcheggiata all’interno accanto a quella di altri VIP e poi noi due, io e Jovanotti, seduti. Io ad un certo punto gli chiedo: “Come mai hai il naso storto?” Lui fa una pausa, mi guarda serio e mi racconta di quando un suo amico, giocando, glielo aveva rotto con una gomitata. Ricordo che mi aveva descritto il dolore, il sangue, lo svenimento, il risveglio con il naso che pulsava, il gonfiore e gli occhi pesti… Mi ero svegliata di colpo e quel sogno era rimasto sospeso dentro di me per tanto tempo e, in qualche modo, ogni volta che vedevo il naso di Jovanotti, avevo la sensazione di sapere come se l’era rotto.

Solo ora però realizzo che il mio amico (prima) e Jovanotti (poi, nel sogno) mi avevano raccontato di essersi rotti il naso nello stesso modo. Sarebbe bello scoprire se in tutto questo a partire dai loro nasi storti c’è qualcosa di vero o è tutto immaginario.

Anche i sex symbol si siedono sulla tazza. 

Un lunedì per caso ti svegli e ripensando al week end appena trascorso realizzerai che ci sono situazioni che un tempo erano considerate molto intime, talmente intime da essere addirittura tabù, che oggi non lo sono più e che diventano addirittura l’apertura di un film o l’argomento principale di un’ospitata televisiva commentata dagli stessi attori. E te ne renderai conto ripensando a una delle scene di apertura del film con George Clooney, ‘Money Monster‘, visto sabato sera, dove il tuo ‘Fidanzato immaginario’ viene impietosamente ripreso dall’alto, seduto sul water coi pantaloni abbassati alle caviglie, mentre parla di lavoro con qualcuno al di là della porta del gabinetto. O ripensando alla scena di ‘The Nice Guys‘ (film di imminente uscita) vista e commentata con dovizia di particolari dagli stessi protagonisti, Ryan Gosling e Russel Crowe, dove il primo seduto sul water coi pantaloni abbassati alle caviglie e un giornale in mano tira fuori una pistola e la punta verso l’indifferente Crowe che lo guarda e guarda la porta del cesso che sbatte e non ne vuole sapere di rimanere fissa.

Ecco, tu lo sai che negli anni molte cose che una volta venivano considerate molto intime sono state sdoganate dalla televisione e soprattutto dalla pubblicità. E’ il caso dei primi nudi, degli assorbenti con le ali, della polverina per curare la candida, della pomata per le emorroidi o della cura miracolosa per la prostata.

Ma in un solo week end il cinema è andato molto oltre: mostrare due sex symbol come George Clooney e Ryan Gosling che abbracciano e riscaldano almeno due generazioni sotto il peso di una massiccia dose di feromoni, mentre fanno la cacca è definitivamente e inesorabilmente un punto di non ritorno.

Credo che mi si fermerà la crescita.

Canottiera, ma non per tutti

[oggi ho imparato che]

Se un giorno per caso ti svegli , non sei particolarmente ispirata ma vuoi ricominciare ad aggiornare il tuo blog, mentre cerchi sul web qualcosa che ti faccia tornare la voglia di scrivere, ti imbatti nella copertina di Rolling Stones dove trovi il tuo cantante preferito ritratto in canottiera, e a quel punto realizzerai inesorabilmente  e definitivamente che ci sono uomini (come Jovanotti)  che in canottiera sono fighissimi, e poi ci sono tutti gli altri, che in canottiera sembrano…. Omer Simpson! 

  

C’è un dottor Stranamore per tutte

  Una mattina per caso ti svegli, dopo una notte travagliata, fatta di pecore che saltano il recinto e tornano indietro a farti la pernacchia e ripensi alla puntata di Greys Anatomy vista la sera prima, quella che ti avevano spoilerato già settimane prima, quella che tanto temevi, quella che sapevi che ti avrebbe fatto piangere, intristire e arrabbiare: la puntata in cui il dottor Stranamore sarebbe morto.  E ripensando al tuo contegno sorprendente, fatto di occhi asciutti e cuore in mano, realizzerai che peggio del desiderio di rimanere abbracciata al cuscino del divano per aver perso uno dei tuoi personaggi preferiti c’è solo il desiderio viscerale di prendere a cuscinate la sceneggiatrice della serie Shonda Rhimes e di vederla piangere tutte le lacrime che avresti voluto piangere tu.

Una mattina per caso ti svegli e realizzi che per certe giornate servirebbe l’uscita di sicurezza, ma non ci puoi fare nulla e devi accettare il fatto che il dottor Sheperd non ci sarà più.  Del resto la serie si chiama Grey’s Anatomy, mica poteva morire la Grey!  E pensare che ti eri appena ripresa dalla morte di Mark Sloan. Proprio il tuo preferito dovevano eliminare? Dopo 11 stagioni? E ora? Cosa guarderai il lunedì sera?

Una sera per caso, ripensando alla giornata surreale fatta di aria condizionata rotta, pippe da serie A, serie B e n.c. un corso di bon ton e due assegni staccati di cui avresti fatto tranquillamente a meno, realizzerai che certe giornate sono talmente orrende che possono solo solo finire con la morte di #dereksheperd di #GreysAnatomy. E che tu vuoi solo ricordarlo così: nel suo massimo splendore.