[Selfie d’autore, passando per autoscatto e foto]

Un pomeriggio per caso, dopo la solita pennica post prandiale, decidi di andare da Misano a Riccione in bici per smaltire un po’ di calorie e assistere agli eventi della giornata.
Hai scoperto che intorno alle 17.00 ci sarà l’Ice bucket Challenge di Alessandro Cattelan a favore della raccolta fondi per la SLA, dietro Viale Ceccarini, nella nuova postazione di Radio Deejay, e non te lo vuoi perdere. Arrivi appena in tempo per vederlo mentre la moglie e la sua partner gli rovesciano addosso un secchio pieno di acqua e ghiaccio, immortalare la scena con un video straordinario e correre al sound check di Samuele Bersani che dovrebbe cominciare di lì a pochi minuti.
Vai sotto il palco e aspetti diligentemente che uno dei tuoi autori italiani preferiti arrivi e faccia la prova microfoni per il concerto delle 21.30. Sei sorpresa che Cattelan non lo abbia nominato, come staffetta ideale della giornata, visto che il concerto era parte delle iniziative estive della radio a Riccione, ma tant’è. Si vede che doveva essere così.
Il palco è vuoto: sono solo le 18. Forse è ancora dai suoi che sono di Cattolica: sarà andato a trovarli e ora sta finendo la sua birra; o forse loro hanno raggiunto lui e ora stanno ancora chiacchierando; o lui gli sta facendo ascoltare qualcosa di nuovo, qualcosa che inciderà a breve. O forse no.
Dopo qualche minuto entra un gruppo di musicisti che si sistemano ai loro posti e iniziano ad armeggiare con strumenti e microfoni. Qualcuno è proprio figo. Si baciano tutti, come se non si vedessero da mesi. La cosa ti sembra in effetti un po’ strana, ma forse hanno ragione gli americani quando ci prendono in giro e dicono che noi italiani gesticoliamo mentre parliamo e che ci baciamo sulle guance ogni volta che ci incontriamo.
Tutti provano qualche strumento o microfono. I fonici sono al lavoro. Ma di lui, il cantante, ancora neanche l’ombra.
Nell’attesa hai il tempo di osservare le persone sul palco e di realizzare che i musicisti sono uomini il cui concetto di pettinatura o di parrucchiere è quanto di più lontano si possa immaginare nella loro vita: codini, capelli legati, dreads, riccioloni, cappellini sono la norma. Il pettine, a quanto pare, no. Ma in fondo perchè dovrebbero? Non sono mica dei colletti bianchi!
Poi arriva lui, Samuele Bersani. Pantaloni cargo, maglietta blu mare, occhiali da sole con le lenti azzurrate, cappellino francese indossato all’inglese. Bel fisico. Abbronzato. Fa un giro sul palco. Parla coi musicisti. Col fonico. Col tecnico delle luci. E con l’omino col caschetto, l’unico che indossa la cintura degli attrezzi come se fosse un pistolero e che sta finendo gli ultimi ritocchi ai carrelli delle luci.
Bersani non canta e scende dal palco.
Ti chiedi perchè non canti. Lo segui con lo sguardo. Sta uscendo dalle transenne e si mette a chiacchierare con il pubblico. Nel frattempo sul palco fervono gli ultimi ritocchi. Qualcuno dei musicisti accenna qualche nota.
Lasci la tua postazione in prima fila e decidi di avvicinarti a Bersani. Guardi il gruppetto di folla intorno a lui. C’è di tutto: coppie, madri e figli, fidanzati, amiche, tante ragazze. Qualcuna lo bacia. Qualcuna gli fa firmare il cd. Lo faresti anche tu se avessi il CD, ma hai comprato Nuvola Numero Nove su itunes e non puoi farti firmare un album comprato su itunes. No, non puoi, mannaggia.
E non hai nemmeno voglia di farti fare un autografo sullo scontrino dei mojito della sera prima.
Si scattano le prime foto. Lui è disponibile. Si mette in posa con tutti, grandi e piccini.
Addirittura qualcuno si accorge di aver fatto la foto con gli occhi chiusi e gli chiede di rifarla. E lui ride.
Poi arriva una ragazzina che gli chiede un selfie. Lui ride ancora, ma non si sottrae.
Si scattano foto e selfie. Anche a te non dispiacerebbe una foto con lui. Dovrà essere ‘buona la prima’; non puoi permetterti di fargliela rifare: non sarebbe giusto. Osservi e studi una strategia. Poi, finalmente realizzi che si può fare.
Ti metti in fila. Hai gli occhiali. Decidi di tenerli. Così sei certa di non chiudere gli occhi e di avere un’espressione ebete. Lo guardi sorridendo. Lui accetta. Scatti. Anzi, auto-scatti. La posti su FB. In pochi minuti raggiungi i 20 likes. E sai che cresceranno di numero.
Lui saluta. Sale sul palco e infila tre chicche una dietro l’altra che ti lasciano senza fiato. Compresa la canzone scritta per Lucio Dalla e cantata straordinariamente bene con il vocalist alle sue spalle, Michele.
Anche quest’ultimo ti lascia senza fiato: canta benissimo e suona una marea di strumenti.
Non vedi l’ora che il vero concerto cominci. E torni in hotel pedalando di gran lena.
Dopo mangiato ti prepari e riparti alla volta di Piazzale Roma. Come ogni volta arrivi a pochi minuti dall’inizio del concerto, quando il pubblico si è già sistemato e non ti aspetti molti movimenti migratori in avanti.
Parti dal fondo e in pochi minuti finisci in prima fila, davanti alle transenne, vicino agli armadi della security che ormai ti conoscono e ti salutano. La tua tecnica supercollaudata non fallisce più. Magari si scontra con qualche intoppo non previsto, come ad esempio la tizia avvinghiata a catenaccio al fidanzato che copriva un corridoio d’accesso verso le transenne centrali, o il tizio puzzolentissimo che hai dovuto aggirare da lontano nonostante fossi ad un passo dall’obiettivo. Ma alla fine va tutto come previsto.
Il concerto è davvero straordinario e vederlo dalla prima fila fa aumentare il piacere: lui è bravissimo ed emozionato e, dopo un po’ di foto fatte con l’iphone, decidi di goderti lo spettacolo. Fino alla fine. Fino a quando, ai saluti finali, lui si fa fare una foto ricordo con tutto il pubblico di Piazzale Roma.
Dice che odia la parola ‘selfie‘.
Dice che preferisce la parola ‘autoscatto‘. Ma quello non è un autoscatto. È una foto, visto che gliela sta facendo uno dei musicisti.
E un po’ ti dispiace che l’unica cosa che gli hai chiesto incontrandolo per la prima (e forse unica) volta sia stata:
– Possiamo farci un selfie?
Se avessi saputo che odiava quella parola gli avresti detto:
‘Ti metti in posa con me?’ oppure
‘Ci facciamo una foto?’ oppure
– ‘Possiamo farci uno scatto insieme?’Anche se selfie in fondo non è una parola così terribile, dai!
Per te invece selfie è ok. É la lingua che cambia. Che prende una parola vecchia e rumorosa (autoscatto) e la trasforma in qualcosa di nuovo, di liquido, che non ha suono, personale (selfie)… Ti piace!
Chissà perchè ci sono persone che si ostinano a voler rimanere attaccate agli autoscatti. E che si fanno fare una foto e la chiamano autoscatto per non chiamarla selfie!
Ma chissenefrega!
Tu hai il tuo selfie con Samuele Bersani e lui ha il suo finto autoscatto sulla Piazza di Riccione dove ha appena finito di cantare.
Bel concerto.
E siete tutti felici.

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