[Selfie d’autore, passando per autoscatto e foto]

Un pomeriggio per caso, dopo la solita pennica post prandiale, decidi di andare da Misano a Riccione in bici per smaltire un po’ di calorie e assistere agli eventi della giornata.
Hai scoperto che intorno alle 17.00 ci sarà l’Ice bucket Challenge di Alessandro Cattelan a favore della raccolta fondi per la SLA, dietro Viale Ceccarini, nella nuova postazione di Radio Deejay, e non te lo vuoi perdere. Arrivi appena in tempo per vederlo mentre la moglie e la sua partner gli rovesciano addosso un secchio pieno di acqua e ghiaccio, immortalare la scena con un video straordinario e correre al sound check di Samuele Bersani che dovrebbe cominciare di lì a pochi minuti.
Vai sotto il palco e aspetti diligentemente che uno dei tuoi autori italiani preferiti arrivi e faccia la prova microfoni per il concerto delle 21.30. Sei sorpresa che Cattelan non lo abbia nominato, come staffetta ideale della giornata, visto che il concerto era parte delle iniziative estive della radio a Riccione, ma tant’è. Si vede che doveva essere così.
Il palco è vuoto: sono solo le 18. Forse è ancora dai suoi che sono di Cattolica: sarà andato a trovarli e ora sta finendo la sua birra; o forse loro hanno raggiunto lui e ora stanno ancora chiacchierando; o lui gli sta facendo ascoltare qualcosa di nuovo, qualcosa che inciderà a breve. O forse no.
Dopo qualche minuto entra un gruppo di musicisti che si sistemano ai loro posti e iniziano ad armeggiare con strumenti e microfoni. Qualcuno è proprio figo. Si baciano tutti, come se non si vedessero da mesi. La cosa ti sembra in effetti un po’ strana, ma forse hanno ragione gli americani quando ci prendono in giro e dicono che noi italiani gesticoliamo mentre parliamo e che ci baciamo sulle guance ogni volta che ci incontriamo.
Tutti provano qualche strumento o microfono. I fonici sono al lavoro. Ma di lui, il cantante, ancora neanche l’ombra.
Nell’attesa hai il tempo di osservare le persone sul palco e di realizzare che i musicisti sono uomini il cui concetto di pettinatura o di parrucchiere è quanto di più lontano si possa immaginare nella loro vita: codini, capelli legati, dreads, riccioloni, cappellini sono la norma. Il pettine, a quanto pare, no. Ma in fondo perchè dovrebbero? Non sono mica dei colletti bianchi!
Poi arriva lui, Samuele Bersani. Pantaloni cargo, maglietta blu mare, occhiali da sole con le lenti azzurrate, cappellino francese indossato all’inglese. Bel fisico. Abbronzato. Fa un giro sul palco. Parla coi musicisti. Col fonico. Col tecnico delle luci. E con l’omino col caschetto, l’unico che indossa la cintura degli attrezzi come se fosse un pistolero e che sta finendo gli ultimi ritocchi ai carrelli delle luci.
Bersani non canta e scende dal palco.
Ti chiedi perchè non canti. Lo segui con lo sguardo. Sta uscendo dalle transenne e si mette a chiacchierare con il pubblico. Nel frattempo sul palco fervono gli ultimi ritocchi. Qualcuno dei musicisti accenna qualche nota.
Lasci la tua postazione in prima fila e decidi di avvicinarti a Bersani. Guardi il gruppetto di folla intorno a lui. C’è di tutto: coppie, madri e figli, fidanzati, amiche, tante ragazze. Qualcuna lo bacia. Qualcuna gli fa firmare il cd. Lo faresti anche tu se avessi il CD, ma hai comprato Nuvola Numero Nove su itunes e non puoi farti firmare un album comprato su itunes. No, non puoi, mannaggia.
E non hai nemmeno voglia di farti fare un autografo sullo scontrino dei mojito della sera prima.
Si scattano le prime foto. Lui è disponibile. Si mette in posa con tutti, grandi e piccini.
Addirittura qualcuno si accorge di aver fatto la foto con gli occhi chiusi e gli chiede di rifarla. E lui ride.
Poi arriva una ragazzina che gli chiede un selfie. Lui ride ancora, ma non si sottrae.
Si scattano foto e selfie. Anche a te non dispiacerebbe una foto con lui. Dovrà essere ‘buona la prima’; non puoi permetterti di fargliela rifare: non sarebbe giusto. Osservi e studi una strategia. Poi, finalmente realizzi che si può fare.
Ti metti in fila. Hai gli occhiali. Decidi di tenerli. Così sei certa di non chiudere gli occhi e di avere un’espressione ebete. Lo guardi sorridendo. Lui accetta. Scatti. Anzi, auto-scatti. La posti su FB. In pochi minuti raggiungi i 20 likes. E sai che cresceranno di numero.
Lui saluta. Sale sul palco e infila tre chicche una dietro l’altra che ti lasciano senza fiato. Compresa la canzone scritta per Lucio Dalla e cantata straordinariamente bene con il vocalist alle sue spalle, Michele.
Anche quest’ultimo ti lascia senza fiato: canta benissimo e suona una marea di strumenti.
Non vedi l’ora che il vero concerto cominci. E torni in hotel pedalando di gran lena.
Dopo mangiato ti prepari e riparti alla volta di Piazzale Roma. Come ogni volta arrivi a pochi minuti dall’inizio del concerto, quando il pubblico si è già sistemato e non ti aspetti molti movimenti migratori in avanti.
Parti dal fondo e in pochi minuti finisci in prima fila, davanti alle transenne, vicino agli armadi della security che ormai ti conoscono e ti salutano. La tua tecnica supercollaudata non fallisce più. Magari si scontra con qualche intoppo non previsto, come ad esempio la tizia avvinghiata a catenaccio al fidanzato che copriva un corridoio d’accesso verso le transenne centrali, o il tizio puzzolentissimo che hai dovuto aggirare da lontano nonostante fossi ad un passo dall’obiettivo. Ma alla fine va tutto come previsto.
Il concerto è davvero straordinario e vederlo dalla prima fila fa aumentare il piacere: lui è bravissimo ed emozionato e, dopo un po’ di foto fatte con l’iphone, decidi di goderti lo spettacolo. Fino alla fine. Fino a quando, ai saluti finali, lui si fa fare una foto ricordo con tutto il pubblico di Piazzale Roma.
Dice che odia la parola ‘selfie‘.
Dice che preferisce la parola ‘autoscatto‘. Ma quello non è un autoscatto. È una foto, visto che gliela sta facendo uno dei musicisti.
E un po’ ti dispiace che l’unica cosa che gli hai chiesto incontrandolo per la prima (e forse unica) volta sia stata:
– Possiamo farci un selfie?
Se avessi saputo che odiava quella parola gli avresti detto:
‘Ti metti in posa con me?’ oppure
‘Ci facciamo una foto?’ oppure
– ‘Possiamo farci uno scatto insieme?’Anche se selfie in fondo non è una parola così terribile, dai!
Per te invece selfie è ok. É la lingua che cambia. Che prende una parola vecchia e rumorosa (autoscatto) e la trasforma in qualcosa di nuovo, di liquido, che non ha suono, personale (selfie)… Ti piace!
Chissà perchè ci sono persone che si ostinano a voler rimanere attaccate agli autoscatti. E che si fanno fare una foto e la chiamano autoscatto per non chiamarla selfie!
Ma chissenefrega!
Tu hai il tuo selfie con Samuele Bersani e lui ha il suo finto autoscatto sulla Piazza di Riccione dove ha appena finito di cantare.
Bel concerto.
E siete tutti felici.

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[La vacanza dei sosia]

Un giorno per caso ti svegli e mentre sei a fare colazione dopo una notte di temporale, realizzerai che da quando sei al mare non hai ancora acceso una volta il piccolo televisore appeso al muro della tua camera d’albergo.
Sicuramente parte del motivo è che non essendo più abituata a guardare la Rai e i canali in chiaro non sapresti cosa guardare, ma in parte perchè ovunque ti giri hai individuato una serie di sosia di personaggi famosi che ti fanno sentire come dentro un enorme villaggio televisivo.
Si va dal signore che assomiglia talmente a Ciccio Valenti che tutti gli anni devi andare su internet a cercare una foto di quello vero per convincerti che non sia lui, al ragazzino identico a Emis Killa per via dei suoi tatuaggi e della sua chioma, alla giovane signora col fisico da modella e gli occhi azzurrissimi identica alla Patsy Kensit degli anni Ottanta che gioca benissimo a ping pong, al signore spiccicato a un attore di fiction italiane di cui non ricordi il nome, ma che ogni volta che sei in spiaggia ti aspetti di veder arrivare vestito da carabiniere da un momento all’altro. Per non parlare del sosia di Andrea Lucchetta (un po’ più basso dell’ex pallavolista con la cresta a spazzola in diagonale, di cui ricordi la celebre citazione ‘la cresta dello zar è in piena erezione’ ) o del sosia di Mario Cipollini (identico all’originale non solo per l’altezza ma anche per l’inconfondibile pettinatura da Re Leone) o di quel gran figo di Novac Diokovic il tennista, che incontri ogni mattina facendo colazione e che, tutti e tre insieme, ti fanno venire voglia di chiamare una Ola per meriti sportivi.
Poi c’è la chicca delle chicche: Carlo Verdone. Un brillantissimo signore romano che parla davvero come il comico, tanto che quando lo vedi in tv ormai non vedi più Verdone, ma lui.
Poi sempre in tema di comici, qualche ombrellone più in là c’è il sosia di tal Giovanni Storti, della premiata ditta AG&G che non hai ancora sentito parlare in milanese ma che prima o poi ti aspetti di veder partire per una corsetta sul lungomare con una camel bag sulle spalle piena d’acqua ‘perchè sennò sua mamma lo picchia’ (ovviamente citando il libro).
Sosia di VIP stranieri ce ne sono e non pochi: si va da Mister Spock di Star Trek prima del trucco, con le sopracciglia meno segnate e le orecchie certamente non così a punta che farebbe venire un tuffo al cuore a più di uno Star-Treker se lo incontrassero a una delle loro feste,
alla ragazzina straniera di fronte al tuo ombrellone, biondissima e con un fisico da urlo, guardata a vista dai parenti, che assomiglia a Scarlett Johansson e che attira gli sguardi di tutti i ragazzetti della spiaggia e non solo di quelli.
O per stare in odor di santità ecco il Mahatma Ghandi, che guarda l’orizzonte dalle 15 alle 18 ogni giorno e non disdegna uno spiedino di cocco bello ogni tanto. Finora ha risparmiato a tutti lo slippino bianco, ma non è detto che prima di Ferragosto non lo sfoderi fiero.
Ma il meglio del meglio è il sosia di Del Piero che hai incrociato in spiaggia a pochi ombrelloni di distanza dal tuo e sul lungo mare mentre correvi. All’inizio non hai detto nulla perché pensavi che quella somiglianza fosse solo una tua suggestione, ma poi mentre eri sdraiata sul lettino è arrivato un uccellino che si è sistemato sulla tua maglietta appesa all’ombrellone e che per 10 minuti abbondanti lo ha fissato senza muoversi, come a dire ‘Ma io ti conosco! Assomigli al mio amico, quello che fa la pubblicità della Rocchetta con me’. Ecco, quella somiglianza ti è sembrata molto più consistente.
Ma alla fine realizzerai che il vero scoop è un altro: finalmente hai trovato il vero VIP o VIB (very important bird): si tratta dell’uccellino di Del Piero. Tra tanti sosia, almeno uno vero.

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[50 sfumature di… serate romagnole]

Un giorno per caso ti svegli e decidi di fare un piano per diversificare le serate di permanenza al mare.
Esci per la solita sgambata delle 7.30 del mattino e, dopo aver finito di correre, entri in modalità ‘Giapponesino Anni Ottanta’ cominci a fotografare col tuo iphone i poster che trovi in giro sul lungomare che segnalano feste ed eventi tra Rimini e Cattolica riproponendoti di sottoporle al vaglio del mezzo26enne per la scelta finale.
E tra una Sagra del Raviolo, una Sagra della Patata, una Festa della Tagliata marchigiana, una Sagra dei Funghi delle Terre di Romagna e una imperdibile Serata Magica delle Vongole – di cui ti sei praticamente innamorata ma che era a luglio e ti tocca escluderla dalla rosa delle papabili (feste, non vongole)-, ecco che ti spunta la locandina delle ‘50 sfumature di Pintus‘, il comico di Colorado, accanto a quella di Samuele Bersani che hai già messo in programma.
Essendo tra le poche donne che ancora non hanno finito di leggere la trilogia delle 50 sfumature e tra le poche madri che non ha mai visto una puntata di Colorado, la prima cosa che penserai è che lo spettacolo non sia adatto ad un pubblico minorenne, ma l’insistenza con cui il mezzo26enne venutone a conoscenza chiede di poter andare a Cattolica ad assistere allo spettacolo ti fa pensare che al massimo potrà essere una performance con qualche parolaccia di troppo ma nulla più visto che il tuo pargolo ride a denti stretti alle battute sul sesso e molte addirittura non le capisce.
Così gli chiederai se è sicuro di volerci andare. Chiederai chi è Pintus giusto per essere sicura che non lo confonda con Pucci (previsto durante il concerto gratuito del 15 a Riccione). Chiederai se fa davvero ridere. E alla fine ti ritroverai alla biglietteria dell’Arena della Regina di Cattolica a decidere se acquistare una poltrona o una poltronissima numerata.
Acquisterai i biglietti coi posti migliori e, assistendo allo spettacolo e ridendo davvero di gusto, dovrai ricrederti e apprezzare un comico che ha capito che i suoi maggiori estimatori sono i bambini; bambini che trascinano in teatro i genitori; genitori che si ritrovano a ridere di gusto e ad apprezzarlo nonostante la diffidenza iniziale; il tutto grazie ad un repertorio studiato e assolutamente adatto al pubblico di famiglie.
E uscendo dirai ‘Bravo Pintus.’ Soprattutto x la disponibilità a fare le foto con ognuno dei 450 bambini in fila al termine dello spettacolo. Fila che il mezzo26enne ti ha risparmiato strappandoti una promessa:
‘Ci torniamo a Bergamo la prossima volta che verrà!’
Ecco.

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[La vita è una questione d’incastri]

Un giorno x caso, mentre sei in macchina verso il mare, in autostrada inchiodata a Bologna da una coda chilometrica, sotto il sole cocente che ti sembra impossibile, ripensando a tutte le operazioni per chiudere i bagagli, caricarli in macchina e partire, realizzerai che due cose nella vita segnano sempre un grande cambiamento:
1) Fare le valigie.
2) Disfare le valigie.
E poi ci sono le donne che non hanno di questi problemi. Tipo chi monta direttamente le ruote all’armadio, lo fa caricare non si sa come in macchina insieme ad altre due valigie un po’ più umane, due borse, un pc, un minitelevisore da auto, una citybike e una mountainbike… E che, all’arrivo, se è andato tutto bene e nulla si è mosso durante il viaggio, fa una foto con l’iphone per ricordare gli incastri. Non si sa mai…
#lavitaeunaquestionediincastri e #raffiegoestothesea

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[Ariete da sfondamento conto terzi]

Se un giorno per caso ti svegli e scrivi a una tua amica che di lì a poche ore sarai a Riccione e che ti fermerai per tutto il tempo in cui anche lei sarà lì in ferie, mettendovi d’accordo x trovarvi per un aperitivo, escludendo il 15 (serata del concerto di Cesare Cremonini in Piazzale Roma prima dei fuochi d’artificio) dovrai confessarle che ormai sono anni che non ti perdi un concerto e che, nonostante oggi superi abbondantemente l’età della ragione, sei diventata un’esperta della scalata veloce verso la transenna della prima fila. E le racconterai della tua puntatina epica al concerto di Fedez dell’anno prima al quale nonostante gli occhi sbarrati per la tua stessa ‘incredulità di poter andare ad ascoltare un rapper tatuato under 25 (anni), ci avevi addirittura portato il tuo figlio dodicenne, sgomitando tra la folla di bimbiminkia e facendolo arrivare in prima fila in meno di 10 minuti.
E realizzerai che dopo 10 anni di vacanze in quel di Riccione, in effetti, ormai a tutti i concerti in Piazza Roma tu finisci sempre e comunque in prima fila, sia che lo spettacolo ti piaccia, sia che ti faccia schifo; il tutto grazie ad una tecnica super collaudata di tua invenzione che te ne guardi bene dal rivelare a chicchessia.
E vista l’insolita expertise ti chiederai se non sia il caso di inserirla nel curriculum vitae: ‘Ariete da sfondamento per folle oceaniche in concerti gratuiti estivi a Riccione conto terzi’.
Non si sa mai nella vita.

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Righe orizzontali

Se una mattina per caso, sulla pensilina della metropolitana verde che da Gessate ti porta in centro, aspetti infastidita la metro oltremodo in ritardo e maledici l’orario estivo oltreché la tua decisione di prendere la metro ‘perchè tanto poi devi impazzire per trovare un parcheggio fuori dall’area C e prendere la metro lo stesso’, se la tua compagna di viaggio ti intercetta mentre stai fissando la patta dei pantaloni di un tizio che parla, parla, parla, e parla parla parla ovviamente solo di sé e di quanto sia figo che non se ne può più, tranquillizzala pure con lo sguardo: il tuo interesse per le parti basse dell’omino è una mera speculazione psicofisica in questa calda mattina di cappa agostana …
Della serie: ‘ma sei così di natura, o c’è semplicemente un’erezione chimica che giustifica il carente flusso di sangue al tuo cervello?! Dobbiamo pagarti per farti stare zitto?’
Lei forse da un solo sguardo non capirà. Ma tu riderai (dentro) fino alla fine del mondo.

Se una mattina per caso mentre sei sulla pensilina della metropolitana che da Gessate ti porta in centro, incontrando per caso un vecchio amico che non vedevi da tempo tutto sorridente e abbronzato, notando le strisce bianche orizzontali sul collo e in corrispondenza delle stanghette degli occhiali, mentre gli farai i complimenti per l’evidente abbronzatura e la sua fortuna nell’essere andato in un posto non funestato dalla pioggia, non potrai fare a meno di immaginartelo sotto il sole, sdraiato sul lettino, in costume, con gli occhiali da sole inforcati sul naso, addormentato con la testa penzoloni, il collo a pieghe come uno sharpei e la bolla al naso. E nonostante tutto lo invidierai tanto. Ma tanto tanto.

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[La pioggia e l’irrefrenabile voglia]

Se una domenica mattina per caso, prima di andare all’arrivo della Triami ad applaudire la tua compagna di corsa impegnata nel suo primo Triathlon Olimpico milanese, decidi di fermarti a fare colazione nella pasticceria migliore dell’Isola Bergamasca, Il Melograno, mentre ascolti i discorsi delle due donne abbronzate e visibilmente tatuate sedute accanto a te disquisire amabilmente di eleganza, realizzerai che non saprai mai se di questi tempi sia peggio uscire di casa senza ombrello per andare a Milano quando basta un niente per ritrovarti nel mezzo di un acquazzone coi fiocchi, ascoltare due tizie sinceramente convinte che le Superga argento con 4 cm di platform siano le scarpe più eleganti del mondo e che vadano bene per un matrimonio a luglio specie se piove… o guardare il cielo e sentire una voglia irrefrenabile di andare a comprarti un paio di Gucci con la zeppa e il plateau alte almeno 15 cm pur sapendo che non avrai mai il coraggio di indossarle in pubblico ma, visto che potrebbe piovere, almeno non ti bagnerai i piedi zampettando nelle pozzanghere dell’Arena all’arrivo della tua amica e dei suoi compagni di squadra. #donnechicchefannoiltifo

Se una domenica mattina per caso ti svegli e decidi di andare a fare colazione in pasticceria, prima di metterti in viaggio verso Milano e andare a salutare la tua amica e i suoi compagni di squadra all’arrivo della Triami, mentre sei seduta da sola al tavolino, aspettando cappuccino e brioche e ascoltando la radio con una rivista in mano, al terzo (!!!) stacco pubblicitario realizzerai che in estate ci sono spot davvero brutti. Ma brutti brutti brutti. E ripensando a quelli peggiori ascoltati negli ultimi anni, realizzerai che dopo il claim «Cerulisina stappati stappati tu, uù, uù…», i pubblicitari devono aver pensato che ormai valga davvero tutto!
E ti verrà una voglia irrefrenabile di chiedere: “Ma perchè?”

Se una domenica mattina per caso mentre sei in pasticceria a far colazione, sfogliando una rivista di qualche mese prima leggi di una ricerca che rivela come nella valigia di una donna ci siano in media 24 oggetti che non userà mai durante il viaggio, ti chiederai se la ricerca è stata fatta prima della decisione storica di Ryanair di consentire l’imbarco di più di un bagaglio a mano. Perché una donna che viaggiava con Ryanair fino a qualche mese fa avrebbe indossato anche i manici e le rotelline del trolley se avesse potuto! Oggi invece può salire finalmente con la borsetta al braccio e non deve più schiacciarla dentro la valigia infilandosi il contenuto in tasca o dentro i pantaloni.
E ripensando al tuo ultimo viaggio di ritorno da Berlino, ti verrà una voglia irrefrenabile di chiedere se non l’abbiano fatto per non dover rimettere i sacchettini per chi soffre il mal d’aria. Perché prima o poi ci infilerai la testa, lo sai.

E sorpresa delle irrefrenabili voglie di scarpe, pubblicità carine e viaggi in aereo con il sacchettino infilato nella tasca davanti alla poltroncina dell’aereo, ti chiederai se tutto queste riflessioni sparse non siano tutta colpa del calo di zuccheri?

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[Incontri che rimarranno per sempre]

Una mattina ti svegli e, mentre stai per iniziare a correre al meglio delle tue possibilità, sorpresa e compiaciuta del cielo terso che ritrovi a casa nonostante le previsioni, noti x caso sulla tua tenuta da running alcune macchiettine simili a schizzi di acqua che non si asciugano. E ricorderai improvvisamente il runner incrociato la mattina prima sul lungomare che dall’Hotel Savoia porta a Riccione mentre facevi l’ultima sgambata prima di tornare a casa.
Faceva caldo e lui correva e sbuffava come un treno, indossando una strana maglia pelosa naturale e schizzando gocce di sudore dal naso, dalle orecchie e dai gomiti. Mentre ti veniva incontro l’avevi osservato con attenzione, indugiando un attimo x decidere se cambiare marciapiedi o far finta di nulla alzando la mano in segno di saluto come si fa di solito. E, quando ormai era troppo tardi, sperando che quel liquido freddognolo che ti stava arrivando addosso a tradimento fosse acqua e non sudore. Ma era freddo ed eri stata costretta ad ammettere: è proprio sudore, mannaggia!
Hai fatto finta di niente e hai proseguito la tua corsa distogliendo il pensiero. In fondo c’è di peggio: avresti potuto corrergli sotto vento x alcuni metri e allora non avresti riso neanche un po’.
E adesso, mentre stai per iniziare a correre sotto il cielo terso di casa, con quella giusta nostalgia x il mare e le amiche che hai lasciato al Savoia, realizzerai che la tua divisa da running bagnata dal sudore a spruzzo del runner ingorillato era l’ultima cosa che avresti desiderato al mondo, ma tant’è. Smettila, ti dici. Il popolo del running non può essere così schizzinoso. E non puoi tornare a casa a cambiarti, ormai. Ti tocca correre, ancora una volta distogliendo il pensiero.
Buona corsa, runner!

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[Ricucire non è da tutti]

Una mattina per caso sulla pensilina della metropolitana Verde, diretta a Porta Genova x un appuntamento di lavoro, noterai una vecchia conoscenza con la quale hai deciso di non parlare più a causa di una leggerezza che non sei riuscita a perdonare. Abbassando lo sguardo e fissando l’orlo del tuo spolverino, realizzerai che al mondo ci sono persone capaci di ricucire rapporti che sembrano compromessi irrimediabilmente e tu non sei proprio stata capace di ricucire decentemente un pezzo di orlo dello spolverino. E ti segnerai di chiamare la sarta.
Per il resto sarai zen, molto zen, assolutamente zen…

Una mattina x caso sulla pensilina della metropolitana verde incroci lo sguardo di una tipa che fissa inorridita in ‘modalità on’ una Donna Cipolla che cammina vicino alla riga gialla indossando leggins neri, gonna a campana marrone, camicia gialla, maglione e stivali grigio topo e realizzi che esiste un limite per ogni cosa e situazione, ma quando ti vesti in quel modo è evidente che non lo conosci. Distoglierai lo sguardo dalla tizia a ‘cipolla’ e assumerai lo sguardo in ‘modalità off’. Combattendo col desiderio di passarle l’indirizzo di una buona stylist. Zen, sempre zen…

Un giorno x caso sulla carrozza della metropolitana verde finisci seduta accanto a due bimbiminkia che parlano delle rispettive madri (rompipalle patentate e fissate con la pulizia della casa). Dopo 8 fermate, una sequela di idiozie ascoltate una dopo l’altra e una voglia irrefrenabile di prenderli a scarpate nel sedere, realizzerai che in fondo sono fortunati ad avere delle madri così e non se ne rendono nemmeno conto. Finché restano maniache dell’ordine e della pulizia, i due bimbiminkia possono stare sicuri che nonostante le idiozie che continueranno a dire e a fare senza soluzione di continuità, le amorevoli mammine non li faranno a fettine anche solo per paura di sporcare. Ma dovrebbero!
Rimanere zen, sempre zen…

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[Non ci sono più i parcheggi di una volta]

Una sera x caso, mentre sei in macchina, piove che Dio la manda e stai cercando da 19 minuti (19) un caxxo di parcheggio x raggiungere le tue amiche, realizzerai definitivamente che NON ci sono più i parcheggi di una volta. 20140625-073449.jpgNemmeno a pagamento. Per come sei in ritardo ora, ti accontenteresti anche di un posto rubato tra i parcheggi per i residenti. O di un marciapiedi. O di un’aiuola. O di un passaggio pedonale. Anche dello spazio davanti a una pensilina del pullman. Addirittura di un passo carraio davanti ad un cantiere. Niente. Non c’è più posto x le auto.

‘Però c’è il nuovo bosco intorno al monumento equestre a Vittorio Emanuele II sul sagrato del Duomo’ ti ripeterai con tutto l’odio del mondo vergognandoti subito dopo perché sai in cuor tuo che tu non sei così: questa considerazione non politically correct è colpa della pioggia e della disperazione. Tu sei contenta che in Piazza del Duomo presto ci saranno fiori e orti ad abbellire il sagrato in vista dell’EXPO 2015, ma senza auto x una donna che non vive in centro e non vuole spendere un patrimonio in taxi è impossibile arrivare a destinazione e senza parcheggio è impossibile scendere dalla macchina…
Inoltre, realizzerai che se l’Italia avesse vinto ora sarebbero tutti fuori a festeggiare e un posto l’avresti trovato. E invece no. L’Italia è fuori dai mondiali e sono tutti a casa a piangere. Per questo i minuti alla ricerca del parcheggio ormai sono 27!
Vabbè, hai capito: da domani chiacchierata serale con le amiche solo via Skype!